ZEITARBEITEN / A TEMPO

Firenze, Alef Bet 2008, 64 p., € 5,00

 

 

Silvia Bordini

A proposito di Zeitarbeiten / A tempo

Zeitarbeiten / A tempo di Albert Mayr è un libro che mi ha fatto pensare molto, e che non è facile definire. Apparentemente è una raccolta di opere e progetti, come recita la contro-copertina: "questo piccolo volume contiene alcuni lavori finora non pubblicati che si occupano, da varie angolazioni, del tema del tempo".

In realtà è qualcosa di più, e il tema del tempo non sta da solo, anzi sta al centro di una costellazione di altri temi, proposte e interrogativi. È un libro- costellazione di altri temi, proposte e interrogativi. È un libro-opera, un libro d'artista, e di un artista singolare, un po' 'anomalo', se così si può dire, che da molti anni si muove in una dimensione multipla e molteplice che sarebbe stonato chiamare con il termine usurato di multidisciplinarietà: tra musica e arti visive, tra paesaggio e suono, spazio, tempo, comportamenti e accadimenti. Sempre alla ricerca di uno status qualitativo degli elementi del suo discorso, e sempre in una dimensione fortemente sperimentale, caratterizzata da un rigore quasi severo, ma anche, e insieme, sommesso. Un libro spoglio e in una certa misura enigmatico: nessuna concessione al lettore svagato, e alla larga da effetti spettacolari.

È  la punta di un iceberg, perché al di sotto di ciò che emerge e che possiamo leggere e sfogliare, tenere in mano e meditare, oppure immaginare, c'è una massa di esperienze - un percorso complesso - c'è la sezione aurea e la matematica, c'è la musica legata ai numeri e al pensiero più che al suono, la struttura dei ritmi - sonori, ambientali, emotivi, dei gesti, dei modi di essere nello spazio e nel tempo anche inconsapevoli - sullo sfondo della partizione affascinante di musica mundana, musica humana e musica instrumentalis.

Un libro non facile, tuttavia capace di farsi leggere fino in fondo. Perché si avverte ad ogni pagina che questa raccolta di testi ha dietro di sé un campo di esperienze vasto, articolato, e coerente su una linea che in questa occasione viene fuori nella sua essenzialità. Al suo centro si pone un senso del tempo, una lettura del tempo e un essere nel tempo - come recita una recente installazione di Mayr - radicale e al limite rarefatto: l'estrema difficoltà dell'estrema semplicità che, tra l'altro, mette in discussione il consumo del tempo, del suono, della musica nel mondo d'oggi; come un invito a ribaltare l'attenzione essenzialmente superficiale e troppo rapida che noi quotidianamente siamo indotti a portare su questi nostri modi di essere, i cui significati sono in genere rimossi, dimenticati, trascurati.

"Queste pause non erano dei tempi comunicativi vuoti" scrive Mayr in Un piccolo racconto, che è una chiave di lettura semplice di una costruzione concettuale complessa. E infatti Mayr considera le pause, il non detto, gli intervalli nel tempo, e anche i silenzi quindi, come forme di comunicazione a tutti gli effetti. E nelle sue opere, indirettamente ma non tanto, in un modo inflessibile tutto suo, in- segna a saper ascoltare, dentro e fuori se stessi, questi nessi di comunicazione dislocati in ritmi temporali di solito impercettibili, o almeno inascoltati.

Una volta durante una conversazione Mayr mi ha detto di essere sempre più proiettato verso l'inudibile. Credo di sapere che per lui l'inudibile ha una definizione precisa, in termini di rapporti e distribuzione di elementi spazio-temporali, e forse indica anche uno stato della percezione che vuole mettere in discussione l'universo frastornante di suoni e informazioni del nostro tempo. Penso di sì, ma non si tratta solo di questo (anche se le matrici ideologiche anni '60 e '70 continuano per fortuna a lavorare), si tratta anche dell'invito a sperimentare, forse recuperare, una dimensione percettiva ed estetica primigenia, basilare, incorrotta. Un'utopia.

Per questo, per me, è un libro sconvolgente, nel senso letterale di buttare all'aria concezioni e canoni ratificati, fossilizzati. Anche perché io mi occupo di arte visiva, so leggere le immagini e non i suoni, so ascoltare le forme e le figure e non (o non tanto) i ritmi. E so come la pittura e la scultura si sono tradizionalmente accostate al problema di dare immagine al tempo. Portando alle ultime conseguenze la tradizione dell'ut pictura poesis. Lessing nel lontano 1766 (Laocoonte) teorizzava la distinzione tra arte del tempo (la letteratura e la musica) e arte dello spazio (la pittura); precisando e separando le categorie estetiche della successione e della simultaneità come polarità caratterizzanti di arti distinti. L'artista può rappresentare un unico momento nell'immobilità del dipinto, ma questo può essere animato dall'immaginazione di chi lo guarda e ne completa mentalmente la temporalità e la storia, sulla base del riferimento dell'artista e dell'osservatore a convenzioni rappresentative che si basano sulla scelta dell'istante significativo di un'azione.

Infatti, è fondamentale in questa definizione (storicamente importante perché è stata a lungo un punto di riferimento per la cultura occidentale), il concetto di istante fruttuoso, o istante fecondo, quello che ha la capacità di sintetizzare l'azione e soprattutto di evocare il suo prima e il dopo, quasi ad estendersi, cioè, dal presente, nel passato e nel futuro. Si tratta chiaramente di un tempo prevalentemente narrativo, e di una classificazione delle arti che è stata in seguito profondamente modificata, attraverso il moltiplicarsi di esperienze che hanno cambiato la nozione di opera d'arte quanto il modo di comunicare e immaginare; proprio attraverso l'arte le strutture della percezione tendono ad aprirsi verso una diversa evidenza del tempo e dello spazio, forse dell'identità e della memoria.

Mayr è tra coloro che hanno operato questo cambiamento, con la sua musica, le idee e tanti scritti tra cui questo libro:  contribuendo a fare dell'arte un territorio di esperienza che si interroga sulla propria stessa natura e capovolgendo il concetto di istante fruttuoso. Ciò che conta per lui non è più il culmine dell'azione ma piuttosto la capacità di percepire il semplice battito di un passaggio di tempo.